Fonte foto: fragolosi.it

Ho quasi 25 anni. Mi sono appena laureato in scienze politiche. Un percorso lungo, faticoso, ma soddisfacente. Nonostante tutto. Nonostante i fine settimana passati sui libri e non con gli amici, non volevo fermarmi. Avevo subito voglia di lavorare, di non stare con le mani in mano. Un sabato di giugno, lo ricordo perfettamente, leggendo un annuncio su quei siti di lavoro, l’occhio viene catturato da un annuncio: “Importante azienda cerca neo-laureato in scienze politiche per inserirlo in organico nell’azienda di New York. Contratto di lavoro: a tempo determinato”.

Io a New York non c’ero mai stato. L’avevo vista solo in TV, nei film, su internet, ma mai da vicino. E tutto questo era incredibilmente eccitante, in un certo senso. Cioè, un ragazzo di 25 anni che molla tutto per andare in una delle città più caotiche del mondo per lavorare alcuni mesi. Decisi di mandare la mail e di chiedere tutte le informazioni possibili.

Passati due giorni, ricevetti la risposta. Mi avevano preso e non potevo che essere felice per quello che sarebbe potuto capitare da lì a poche settimane. Considerato che in Italia, soprattutto in Calabria, la crisi economica la sta facendo da padrone, lavorare 4 mesi con uno stipendio sontuoso è ottimo. E poi, quale migliore occasione per visitare e vivere New York per la prima volta? Si tratta di un’esperienza che mi insegnerà tanto per il resto della mia vita.

New York è un mix di tutto. Dalla cucina alle diverse culture, passando per un tripudio di colori quando attraversi Fifth Avenue, piena di taxi gialli e di bandiere americane. Non metterei radici, però. Io odio lo smog e la mancanza di tranquillità. In azienda vengo subito accolto da Thomas, un uomo di circa 45 anni con capelli lunghi e barbetta. Mi spiega che devo occuparmi di risorse umane. Lui ha l’ufficio accanto al mio. E’ sposato, con due figli e mi spiega che in Italia ha visitato Roma e Milano, ma non la Calabria. Gli dico, sorridendo che deve rimediare in fretta perché il mare e la montagna calabrese sono stupendi. Non solo quelli, a dir la verità, ma ci sarà tempo per spiegarlo.

Prima di andare al lavoro, nella mia stanza di una casa affittata di comune accordo con l’azienda, dalla finestra vedo sempre un ulivo che assomiglia a quello che mio nonno aveva coltivato nel terreno di famiglia. La Calabria mi manca, non lo nascondo. Soprattutto dopo 2 mesi.

Al lavoro incontro e parlo sempre con tanta gente, anche se oggi è diverso. Nella sala d’attesa ci sono 20 persone, ma uno ha un viso familiare. Non fa parte della mia famiglia, ma ho come la sensazione di avere tante cose in comune. “Mister Guido, please”, dice lo speaker dell’azienda. Guido entra nel mio ufficio, è italiano. Ha una borsa di pelle nera, abbinata a una camicia e un jeans. “Why are you here?” (Perché sei qui?), chiedo. “Because I want to work in America” (Per cercare lavoro in America), risponde il ragazzo che poteva avere sì e no, massimo 30 anni. Il suo accento, comunque, mi incuriosisce. Quella “S” pronunciata in modo marcato è la prova che mi trovo di fronte a un calabrese come me. Lui lo capisce e iniziamo a ridere, a parlare italiano. Guido mi racconta del suo sogno di sfondare in America, partendo da Soriano Calabro, e che farebbe qualsiasi cosa pur di affermarsi a New York. Ad un certo punto, forse Guido mi regala una busta trasparente con la scritta “Mostaccioli di Calabria”. I miei occhi iniziano a brillare. Avevo finito di mangiare uno di quei biscotti dolci circa 1 mese e mezzo fa e mi mancavano persino loro. Uno spettacolo di sapori che, finalmente, avevo con me grazie a Guido. Lo ringrazio e gli prometto che, appena finiti i colloqui, farò di tutto per aiutarlo a New York.

Thomas, in tutto questo, mi guarda meravigliato. Aveva notato il mio cambio d’umore dopo aver visto quella busta trasparente. “Ma cosa sono?”, urla simpaticamente in inglese. “Thomas, assaggiane uno e poi mi dici”, rispondo velocemente prima di addentare uno di quei biscotti impastati con farina e miele. Un viaggio paradiasiaco che “interessa” anche lui che ha solo il tempo di esclamare “Beautiful”. Non aveva mai assaggiato un qualcosa di simile. Un miraggio chiamato mostacciolo, a New York. E la Calabria, per fortuna, era un po’ meno lontana.

Redazione CalabriaLibera