Ph: Matteo Brancati

Un piatto tipico ha sempre la forma e il sapore del territorio che rappresenta. L’ho sempre pensato. E la conferma l’ho avuta in questi mesi.

Mesi in cui abbiamo vissuto il Covid. Mesi in cui abbiamo guardato il viso provato del premier Giuseppe Conte, il quale ci avvertiva dei problemi derivanti dalla pandemia, con successive rassicurazioni. Mesi nei quali abbiamo imparato a fare la pizza, la crostata alla marmellata di fragola fatta in casa, patate e peperoni.

Eppure, nel periodo più difficile del ventunesimo secolo, io ricordo solo sorrisi, gli aneddoti con mia mamma, la quale raccontava quanto era bello cucinare ai tempi suoi. “Eravamo spensierati”, mi diceva, tra patate sbucciate e peperoni che avevano i colori vivaci della primavera. Li chiamano “pipi e patati” o anche “patate e pipareddhi”. Dipende dalle zona della Calabria, ma poco importa. E io l’ammiravo con quegli occhi pregni di emozione. Quella vera emozione. Gli aneddoti si susseguivano sempre più. Minuto dopo minuto. Come un ciclone. “Con nonna compravano le patate dal Salvatore e i peperoni da Arturo”, mi diceva. Poi era una festa.

E la mia domenica, giorno sacro da dedicare alla famiglia, quei racconti venivano interrotti dal momento più bello, che arrivava quando l’olio extravergine di oliva bollente accoglieva in un forte abbraccio le patate e i peperoni. E il profumo intenso inondava tutta la casa, inebriando i sensi, in precedenza messi alla prova da un bicchiere di vino rosso. Il sapore, poi, era una sorta di viaggio nel paradiso culinario.

Quel paradiso che non voglio dimenticare. Così come quei giorni, dove un po’ tutti abbiamo riscoperto quanto è bello stare in famiglia. Condividere le piccole cose. Anche cucinare un piatto di patate e peperoni.

Redazione CalabriaLibera