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Pensare a una vacanza comporta quasi sempre uno spreco di energie non indifferente e una miriade di domande. “Dove vado? Con chi vado? Ma si mangia bene? E’ comodo arrivarci o devo attraversate stradine senza nome? E la valigia? Ci devo mettere un maglioncino? Oppure bastano le t-shirt con improponibili disegni?”.

Ecco, anno 2004. Era il mese di luglio e stavo pensando se andare in Calabria per la seconda volta. I miei, calabresi doc, nel lontano 1980 erano partiti alla volta del “settentrione” (all’epoca si chiamava così) in cerca di lavoro. Mio padre è stato operaio alla Fiat di Torino per tanti anni. Usciva di casa alle 6.30 del mattino e tornava alle 7 di sera, giusto per la cena e per dormire. Mia mamma, invece, era una bravissima sarta. Riparava tutto quello che c’era da riparare. Prendeva ago e filo e cuciva di tutto, soprattutto i grembiuli blu notte del mio compagno Giacomo. Ho vissuto una bella infanzia, studiando e giocando a pallone sotto casa. Adesso sono impiegato in una piccola azienda che si occupa della vendita online di vini. Guadagno bene, ma quando mi affaccio dalla finestra del mio minuscolo ufficio vedo solo auto che sfrecciano alla velocità della luce e alberi tra lo smog.

“Mamma, quindi tra una settimana andiamo in Calabria?”, le dissi
“Parlane con tuo padre”, rispose sollevata. Come se si aspettasse quella domanda.
“Pà, torniamo in Calabria?” rimarcai.
“Certo, però passeremo i giorni in Sila. Ne ho bisogno”, proferì con un incredibile sorriso.
Ricordo che quella settimana passò lentamente, forse solo per vedere moltiplicata la voglia di recarmi nella mia terra d’origine.
Partimmo il 4 agosto, in treno perché mio padre aveva paura dell’aereo. “Voglio godermi il viaggio”, diceva con aria supponente ma allo stesso tempo impaurita al solo pensiero di volare sui cieli.

Arrivati in Sila, la cosa che mi colpii fu l’aria. Limpida e pulita nonostante i 34 gradi. Il sole batteva forte, ma non mi importava molto. Ero in montagna con la mia famiglia, nella nostra bella Calabria. Il resto lo avevo completamente dimenticato di proposito. Gli ordini dei vini, la scrivania dell’ufficio, le mail inoltrate le avevo messe nel cassetto dei ricordi per qualche settimana. Volevo godere appieno delle bellezze della Sila Grande e Piccola. Camigliatello, Lorica, il lago, le trote, i funghi, Villaggio Mancuso erano solo alcuni posti che ricordavo e che volevo visitare nei prossimi giorni. “Mamma, certo che non è cambiato molto”, dissi quando fui interrotto bruscamente. “Paolo, per noi è cambiato tanto. Non siamo più schiavi delle abitudini. Siamo in Sila, uno dei posti più belli del mondo”. Quelle parole ebbero la capacità di farmi emozionare. Sentivo che sarei diventato migliore dopo questa vacanza. In fondo la Sila non è soltanto buon cibo, aria pulita e tranquillità. La Sila è famiglia. La Sila è la casa. Di tutti.

Redazione CalabriaLibera