di Danilo Colacino – Tanti anni fa, appena sfaldatosi l’impero politico della Prima Repubblica con l’eclatante ‘caccia’ al Cinghialone (al secolo il potentissimo Bettino Craxi ribattezzato così da Vittorio Feltri quando dirigeva Il Giornale), l’autore e conduttore di Mixer (programma di approfondimento Rai di grande successo) Giovanni Minoli chiuse una puntata della trasmissione più o meno così: “Adesso è facile sparare a zero su Craxi, soprattutto da parte di quei finti e interessati adoratori di Bettino che in realtà ne erano sguatteri. Sono gli stessi che adesso accusano me di essergli stato, e di esserlo ancora, amico. Ma il punto è che io ero, e resto, suo amico mentre loro erano, e restano, sguatteri”.

Chissà, però, come avrebbe commentato Minoli la ‘grande fuga’ dal governatore tuttora in carica, Mario Oliverio, fino a un paio di ‘stagioni’ orsono monarca al cui regno un po’ tutti si recavano a fare l’inchino e, soprattutto, da Cinque Stelle e Partito Democratico. Una presa di distanze che in Calabria alla vigilia delle Regionali sta assumendo i contorni di un esodo biblico. Uno strano fenomeno, considerato che se per Oliverio ci sarebbe la spiegazione della progressiva perdita di appeal dopo un’esperienza di governo diffusamente giudicata deludente, 5S e Democrat sono da poco insieme alla guida del Paese. Singolare il caso, dunque, di un potere che stavolta, smentendo il controverso ma indimenticato Giulio Andreotti, sembrerebbe logorare proprio chi ce l’ha. Fatto sta che dal fronte oliveriano oltreché da quello democratico e pentastellato paiono, come premesso, allontanarsi in tanti con parecchi diretti verso un centrodestra in navigazione a vele spiegate malgrado le divisioni interne. Eh sì, perché la politica oggi ancor più che a inizio anni Novanta è diventata un fenomeno liquido in cui l’ideale è stato messo in soffitta da quel dì. Ecco quindi che in tanti scommettono sull’unità dello schieramento formato da Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, più qualche altra gamba (o per meglio dire gambetta) del ‘tavolo’ mentre altri, forse più realisti del re, investono comunque su una coalizione destinata a un futuro assai più promettente rispetto alla fragile coalizione giallorossa.

Una compagine che è già tanta roba se riesce a sfangarla per qualche tempo a Roma, figuriamoci come potrebbe pensare di tenere a livello periferico. Ed è inutile dire quanto ancora peggio sia la situazione per le due medesime forze costrette a correre da sole o con l’ausilio di una manciata di liste o formazioni locali. Tutti diretti verso il centrodestra, dunque, magari in attesa, per chi ha ancora un briciolo di ideale nel cuore, del soggetto politico costituito da Matteo Renzi, che però bisognerà capire se sarà il ‘commissario liquidatore’ del Pd o di Fi ovvero persino di tutti e due insieme. Ma è una questione futura, per così dire, perché intanto il programma che guida la pletora di aspiranti aventi causa è, oggi assai più di prima, “Franza o Spagna purché se magna”.

     

 

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