Ph: Instagram - @angelacircosta96

Mi trovo alla stazione ferroviaria di Lamezia Terme. Devo partire per l’ultimo esame universitario e poi, forse, sarà laurea (ma non lo sa nessuno perché dicono porti male). Mi ha accompagnato mio padre, più ansioso di quando doveva sposarsi. Io sono tranquillo, anche se la “strizza” c’è. Sono le 11.45 e il treno diretto a Roma parte senza fare ritardo. “Che fortuna”, penso prima di sistemare la valigia nera di pelle e sedermi al mio posto 4C scritto sul biglietto. Il sacchetto di carta lo tengo vicino a me, come mi ha intimato mamma. E, si sa, quando parla la mamma è meglio obbedire.

Vicino a me si siedono un ragazzo e una ragazza. Sono calabresi, lo sento dall’accento. Ascolto i loro discorsi. Parlano di futuro, del matrimonio di un certo Luciano, dei vestiti da indossare e della parmigiana di mamma Luisa. Quest’ultimo argomento, non lo nascondo, solletica il mio stomaco. E’ quasi mezzogiorno e, dalle mie parti, a quest’ora si inizia a “spizziculiare” (mangiucchiare qualcosa).

“Sai, quella parmigiana è la fine del mondo”, proseguono i due, attirando l’attenzione dell’intero vagone popolato da molti siciliani e da alcune persone del centro e nord Italia. Io, che non sono molto timido, entro a gamba tesa con un “E non avete assaggiato quella di mia mamma Rosa”. Una risposta che, all’inizio, suscita un silenzio tombale, rotto dalla risata di una di quelle ragazze sedute di fronte a me la quale, a sorpresa, ribatte con “E allora io ti parlo delle melanzane ripiene”. La sfida, così, è iniziata. Nel giro di mezz’ora, tutti i passeggeri iniziano ad elencare tutti i piatti tipici delle rispettive zone di appartenenza. Un viaggio nel viaggio fatto di sapori, aneddoti e pensieri culinari. Un viaggio che, arrivati a Napoli, trova, però, l’epilogo. Sono quasi le 14, il treno ha fatto ritardo e tutti i programmi per il pranzo sono saltati. “Pensavamo di arrivare prima per comprare qualcosa alla pizzeria nei pressi della stazione”, dice qualcuno, evidentemente a stomaco vuoto e non propenso a mangiare il panino che preparano nell’area ristoro del treno.

Io, per fortuna, siccome mamma pensa sempre a tutto, sono sereno e beato. Ho con me quel sacchetto di carta color beige scuro che, ne sono certo, mi darà soddisfazioni. Decido di aprirlo, trovando all’interno 20 tovaglioli usa e getta che accolgono una cinquantina di “vrasciole”. Il profumo è invitante. Piano, piano l’intero vagone è inebriato dal quell’essenza di casa con tutti i passeggeri che mi guardano come per dire “Me ne dai una?”. Decido, così, di prendere l’iniziativa e di aprire quel sacchetto per invitare ognuno a mangiare una “vrasciola”.

“Ma sono buonissime”, afferma l’anziana che sta andando a Frosinone per trovare il figlio. “Maestosi”, ribatte la futura professoressa di lettere, la quale sta andando a Roma per un concorso. Da lì a poco, quelle “vrasciole”, preparate sapientemente da mamma Rosa, dopo essere state letteralmente divorate, finiscono in concomitanza della chiamata proprio di mia mamma.

“Sei arrivato?”, mi dice,
“Non ancora, il treno ha fatto ritardo. A breve sarò a Roma”, rispondo mentre sto ancora gustando la carne macinata contenuta nelle “vrasciole”.
“Ma hai mangiato”, incalza lei.
“Si, ed è stato un viaggio magnifico”, ribatto io con orgoglio e un pizzico di emozione. Quel viaggio che rifarei ancora oggi, a distanza di anni, dove le “vrasciole” di mamma Rosa sono state conosciute da tutta Italia e condotto alla laurea.

Redazione CalabriaLibera