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Il fatidico giorno è arrivato. E’ immancabile. Lo paragono al pigiama ricevuto come regalo a Natale. Tutti gli anni è sempre la stessa storia. L’estate arriva tardi e finisce presto, molto presto. E il clima non c’entra nulla.

La valigia sul letto a pois è quella di un lungo viaggio, proprio come cantava Julio Iglesias. Mi fissa con le sue lucide cerniere che spuntano da ogni dove. Ci sono affezionato perché mi fa compagnia da 26 anni. Era di mio nonno, che la comprò in un negozietto del centro pagandola diecimila lire. Ne ha viste tante. Gite scolastiche, viaggi, Erasmus, i primi amori. Lei è stata sempre con me, come quest’anno. Ed è arrivato il momento di essere riempita per l’ennesima volta.

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Lasciare la Calabria, anche dopo tanti anni, è sempre un qualcosa di infausto. E’ un mix di ricordi e nostalgia, che si coniuga a quella voglia di fare una pazzia per non abbandonarla più. Ma il dovere chiama. Aosta, dove ho un sacco di amici, mi aspetta. Il lavoro, soprattutto di questi tempi, è una sorta di valore aggiunto che non puoi mollare da un giorno all’altro. I miei genitori lo hanno capito da tanto tempo, anche se a ogni partenza è sempre la stessa storia.

“Hai preso quel maglione di lana che ti ho comprato?”, urla mia mamma dall’altra stanza.
“Certo”, replico.
“Bravo, che la televisione parla di un inverno rigido. Ti devi coprire bene”, ribatte con un tono di voce preoccupato.
“E i calzini? Quelli a fantasia che tanto ti piacciono. Non scordarli”, continua a ripetere come se volesse allontanare la malinconia che lentamente inizia a serpeggiare in famiglia.

Mio padre, invece, preferisce stare in silenzio. Ha sempre vissuto il momento della partenza con il dispiacere di chi comprende i motivi della mia scelta, obbligata. Conosce perfettamente il significato della parola lavoro. Si è dato sempre da fare, non facendo mancare niente alla famiglia, ciò che ama di più al mondo. E sono fiero di lui anche se non gliel’ho mai detto perché preferisco far capire ciò che penso anziché dirlo pubblicamente.

Finisco di piagare le ultime camicie. Mi imbatto in una foto scattata con una vecchia Kodak. Siamo io, Moreno e Alberto sul pedalò a Copanello. Avevamo appena terminato l’università. Eravamo sorridenti. Spensierati. Quanto era bello pensare solo ai tuffi, a come trascorrere la serata, ad ammirare l’alba del giorno dopo sulla spiaggia in compagnia di una chitarra. Momenti che rimarranno incastonati per sempre nella mia mente.

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La valigia è terminata, mia mamma ci ha infilato anche dei melanzane sott’olio, tre provole per non farmi mancare niente. Il resto lo spedirà nei prossimi giorni, quando sarò arrivato a destinazione. Lascio la mia casa, faccio le scale lentamente. Voglio godermi ancora una volta il clima familiare. Saluto l’anziana vicina di casa e mi infilo in macchina. In stazione mi accompagnano mio padre e mia mamma, come da tradizione.

Il tragitto non è lungo, ma tanto basta a farmi venire in mente la splendida estate che ho trascorso nella mia Terra. Quella Calabria spesso martoriata e offesa da chi la vive tutti i giorni, ma che andrebbe difesa ad oltranza. Costi quel che costi.

Fonte foto: fsnews.it

Il cielo è azzurro, le cicale cantano anche oggi. L’afa mi fa compagnia fino alla fine. Arrivo alla stazione, ci guardiamo negli occhi con papà e mamma e li abbraccio. Vado via velocemente. Sono triste, ma abbozzo un sorriso poco rassicuramene. Ci rivedremo a Natale, Calabria. Terra mia. Mi mancherai.

Redazione CalabriaLibera