Roma – E se partisse dagli studenti la vera ribellione nei confronti di una politica che mangia sulle spalle dei cittadini? Cosi’ come accadde nel 1968 per altri diritti da raggiungere? Oggi e’ la giornata della mobilitazione degli studenti, in tutta Italia, per la Giornata mondiale dello studente in difesa del diritto allo studio, e contro il degrado degli istituti scolastici in Italia. Lo hanno ricordato la Rete degli Studenti e Udu in una nota. ”Le scuole cadono a pezzi, una su due non è a norma – afferma Daniele Lanni, portavoce nazionale della Rete degli Studenti Medie – e un istituto su dieci è ospitato da privati. L’università vive un aumento delle tasse che negli ultimi 10 anni è stato del 75%, 45 mila studenti sono senza borsa di studio, anche se ne hanno diritto in quanto capaci e meritevoli ma privi di mezzi”. “Il 17 novembre è da sempre una data importante nell’autunno studentesco – ha aggiunto Michele Orezzi coordinatore nazionale dell’Unione degli Universitari – e quest’anno lo è un po’ di più. Non solo perché abbiamo iniziative su due diversi giorni, ma perché per la prima volta abbiamo costruito, con gli studenti di Francia, Austria, Belgio, Spagna e Germania un appello unico di mobilitazione europea, che attraversava anche lo sciopero generale del 14 chiamato “Siamo il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo”. L’appello è scaricabile in più lingue sul sito ufficiale www.17novembre.it. Cortei, assemblee, musica ed altre iniziative si svolgeranno in molte città italiane. A Roma gli studenti sono stati ricevuti dal ministro Cancellieri al quale hanno chiesto conto dei pestaggi da parte delle forze dell’ordine nel corso delle manifestazioni del 14 novembre. Pestaggi si’, questo sono stati. E le televisioni e i giornali a rendere conto dei feriti solo ed esclusivamente tra le forze dell’ordine. Perche’ chi protesta in Italia e’ un criminale. E’ questo il messaggio che vogliono passare. Ma molti pensano che i criminali siano altrove e non nelle piazze. Stanno correndo il rischio di esasperare gli animi. E non possono non assumersi responsabilita’ di fronte a cio’ che sta accadendo nel paese. In Calabria per ora protesta solo chi sta perdendo il lavoro. Chi non ce l’ha nutre sempre la speranza che qualcuno, in buona fede, dia loro la possibilita’ di lavorare e si inginocchiano a preghiera attendendo che il Cielo apra una porta. Ma cresce l’idea che gli ingressi diventino sempre piu’ stretti e che queste porte non solo siano chiuse, ma non esistono piu’.